-il terzo occhio della (mia) Anima-
Tra tutti questi (di)amanti,
dimmi quale sei,
tra i più belli.
[il più bello?]
…
Il mare volevo,
non la Luna.
Il mare.
Cazzo, a me manco piace, il mare.
Volevo arrivarci.
Mo’ arrivo malapena al prossimo week-end.
Comunque, in apnea.
E odio trattenere il fiato.
Perché amo sentirlo mancare dinnanzi alla (tua) bellezza.
…
Ho una melodia che mi uccide,
mi si spacca la testa,
ma non trovo strumenti per partorirla.
L’abbozzo, su una chitarra rigata e con corde ormai rosse sangue.
Come dire: eco(grafia).
Non mi riesce l’armonico.
E c’ho il ponte troppo alto.
Paura di cadere?
Un po’, soffro di vertigini.
(l’avresti mai detto?)
…
Ho sognato ginocchia doloranti,
spezzate,
che non reggevano.
Cadevo, e non riuscivo a farci niente.
Neanche ad alzarmi.
Da sveglio, mi facevan poi davvero male.
Me le son tenute così tutto il giorno.
Preferivo quando me le spezzavi te,
saltandoci sopra:
ché il tuo dolce peso,
lo (sos)tenevo più che volentieri.
…
Pensa un po’,
ancora tanta pazienza,
e forza,
per (sop)portarti.
Eppure,
non abbastanza,
di entrambe,
per far a meno.
Mai avuta granché, quella.
Ma a furia di giocare a nascondino con Te,
qualche trucchetto l’ho imparato anch’io.
Solo che,
stavolta,
mi sa che hai smesso:
di contare.
[-i passi,
che mi (ri)portavano da te
...
-per me
...
-su di me]
...

...
[facciamo che magari ora conto io, che forse mi addormento pure]
Con gli occhi colmi
di dolore e sperduta consapevolezza
hai la schiena spezzata, da quel peso,
una pantera in gabbia, sei.
[“dove eri, questi mesi?
Ho cercato di fartelo capire, ma tu dov’eri?”]
Via,
lontano.
Anche da me stesso.
Da tutto.
Che a stropicciarsi e sforzarsi gli occhi per guardar lontano
inesorabilmente si finisce
a perder di vista ciò che abbiamo davanti, vicino, intorno.
A un palmo di naso.
Ciò a cui un po’ teniamo.
Ciò che un po’ pure vogliamo.
Ciò che abbiamo a portata di mano.
Te.
I tuoi sandali scalzi.
I tuoi occhi di ghiaccio.
I tuoi capelli rossi.
E sì, anche quel tuo culo mozzafiato.
[ora, alzalo, e abbracciami, légami di legami,
esattamente come si comportano i nostri metallici bracciali]
…
[e io, ora, incredibilmente, riprendo a suonare, melodia di requiem]
…
“caldo di luce il seme in me germoglia
ghiaccio in fuoco il cuore mio tramuta
dona la forza, la mente mia rinfranca,
e, per la Dea, il braccio mio non stanca”
…
[Venere mutevole,
quanto il mio umore,
trasmigra corpo in corpo,
a volte beffarda mi sorride,
altre tenera consola:
un’altra volta, un’altra volta ancora]
...


E se mi sveglio nella notte,
e l’ultimo ricordo,
o sogno,
che tanto è uguale,
ancora ti appartiene,
sei Te,
che ci posso fare?
Nulla.
Passerà.
Sta già passando ora.
Però non piove, e fa un caldo boia.
Come un anno fa.
Il primo incontro.
Una panchina in un parco.
Avviluppati lì,
e subito dopo in un letto.
…
Un anno di “noi”,
nel bene e/o nel male.
Che di mo(vi)menti vivi ho ancora pieno l’inconscio.
Incosciente.
Di notte divento.
Solo quando mi sveglio di soprassalto, però.
Ed è un po’ come cercarti in quel letto,
in quell’hotel,
e non trovarti.
Chissà,
magari sei scesa, accovacciata in posa fetale,
nella seconda metà del letto,
in basso,
come spesso succedeva.
Ma stavolta non trovo la tua testolina colma di ricciolidoro,
con la mia mano carezzevole,
e i miei bigodineri ora non sanno dove appigliarsi
e impigliarsi
come i nostri baciabbracci,
come quella volta a far l’amore di fronte allo specchio del bagno:
vederci insieme, uno affianco all’altra:
mai mi ero visto
così bello,
mai avevo visto,
il Bello.
...
[triste vedersi,
Amanti,
ma non sentirsi tali
-"eguali"-]
...
E quell’immagine,
maledetta,
rimane,
come una foto mai scattata,
in una cornice diademata d’oro e zaffiro.
(e non so perché, ma mi sai d’Azzurro)
Eppure azzurro non era il cielo,
quegli ultimi giorni.
Di pioggia.
Di fresco.
Fresco era, tutto.
E anche un po’ piovoso,
a volte pennellato su e giù di grigio.
Come quando mi affacciavo al balcone all’alba,
con l’mp3 al massimo,
che a noi ho attaccato un sacco di (mie) canzoni,
quando già eri andata via,
ma non il tuo odore e sulla pelle e sul letto.
E fumare, lì,
una bionda.
E fumo divenivi,
Bionda.
…
Zefiro soffia,
(i-n)spira la tua essenza,
uccide silenziosamente la tua assenza.
…
Se c’è una cosa che odio,
più di un addio,
è mancarlo.
…

...
{hotel,
bancone
“Grazie, Signori. Arrivederci”
“Arrivederci”
(e avrei voluto dirle: magari)
-ed è buffo, pensare: magari per loro siamo rimasti,
o meglio, stati(ci),
i “Signori Pathos”,
io e te,
insieme.-
Sorrido.
Tu, fai pure altro.
Ché, tanto, non ci siam mica poi mai mossi,
insieme,
ché tanto nulla di Questo,
mi appartiene,
nulla di questo mi scorre,
nelle vene
-ma Tu,
continua a dormire,
e sognare,
forse:
che di certo Io,
non ti verrò a destare-}
...
[e ora rimani,
così,
nuda,
-mia-
ancora un po',
giusto il tempo di un'ultima sigaretta]
Eri quello che:
“Oh, senti, sai che ti stimo un casino”
“Dimmi…”
“Hai 50 euro?”
E giù risate.
…
Eri quello che:
“Pathos, son a pezzi. Non so che cazzo fare, il futuro un po’ mi fa paura”
“devi trovare la tua dimensione”
“non so proprio dove cercarla”
E giù paranoie.
…
Eri quello che:
“ma non li vedi come sono, quei due? Gli manca la donna, altrimenti non sprecherebbero la vita dietro a chimere inutili”
“Bestia, vedi che sono single anch’io praticamente da sempre”
“già, ma almeno tu trombi lo stesso”
E giù di gocce sulla fronte come neanche un manga.
…
Eri quello che:
“ma lo vedi? Sei cieco? Non ti vuole bene.”
“credi che io invece riesca a voler bene a una persona, se non a me stesso?”
“sei un coglione”
E giù d’insulti come piovesse.
…
Eri quello che:
“minchia c’ho una voglia ‘st’estate che non si capisce… la prima gnocca che becco in spiaggia, me la porto a letto”
“oh, vedi che ti squilla il cellulare”
“ehm… ciao amore… sì, bene, e tu?… Musica? No no, sono in un negozio di dischi con Pathos… sì, lo sai com’è… come? Ma và, che ti viene in mente… vuoi chiederlo a lui?”
E giù di imprecazioni da far tremare il cielo.
…
Ora sei quello che:
“ehi, Pathos, maledetto, come va? Cazzo fai?”
“son a lavoro, Bestia… apertura straordinaria domenicale, non abbiam ancora tirato su le saracinesche, e son già con l’acqua alla gola… dimmi”
“no, nulla… era per sapere che facevi stasera… e poi: la vuoi sentire una bella notizia?”
“dai, spara, che tra 5 minuti devo legare il sugo d’arrosto con una mano, mentre faccio due litri di pasticcera con l’altra”
“aspettiamo un bambino, io e amore”
E giù di occhi lucidi (ma forse era solo la cipolla appena tagliata, dimenticata di passare sotto l’acqua)
…
Un figlio, sticazzi, un figlio.
Una Bestiolina, è proprio il caso di dire.
Tu.
Padre.
A 25 anni.
E io, sulla soglia dei 30, ancora a chiedermi: “vediamo, con chi esco, stasera?”, e lanciare una monetina, che tanto chiunque è (a me indifferente) uguale, quello stesso me che il nome di una cucciola ce l’ha già impresso in mente da una vita.
…
[ebbene sì:
un po’ te lo “invidio”,
il pater divenire,
ma non è nella mia natura,
non mi riguarda,
non sarei in grado
…
ne prendo atto,
e me lo lascio alle spalle,
nonostante la bellezza]
…
E sorrido.
E mi faccio un grappino:
alla tua.
Conobbi un ragazzo, una volta.
Con la palla al piede, era in gamba. Non un fenomeno, forse, ma in campo ci metteva l’anima.
Giocava in una squadra senza infamia né gloria.
A dir la verità, ne aveva girate un po’, di squadre.
Fatto sta, che quando c’incontrammo, giocava in una a cui era veramente affezionato ai suoi colori, al suo nome.
Però era triste, pur se la squadra la amava, in qualche modo, nel suo (cuore nomade, che però rimane).
“scusa, ma non sei felice?” a un punto non seppi trattenere.
“no. Non è quello. La squadra la adoro. Ma… abbiamo perso il campionato. Ho perso il campionato.”
“succede…”
“certo. Ma io, a perdere, proprio non ci sto. E non è questione di essere sportivi o meno. In campo non commetto mai un fallo. Sempre la palla, netto. No, non è quello. È che però, a perdere così, non ci sto.”
“così come?”
“così, senza aver potuto giocare neanche una partita. ‘hai un bel tocco, ragazzo: mi piaci’, mi diceva sempre il mister. Ma non mi ha mai schierato davvero. Mi ha dato un paio di possibilità, una decina di minuti in tutto. Quando ormai non è che ci fosse poi tanto tempo. E io la passione ce la mettevo pure, ma poi con lo scorrere dei secondi, e vedere che ogni azione diveniva inconcludente, bhè, al suo posto subentrava un certo senso di frustrazione. Mi ha messo quel paio di volte, più per disperazione che altro. Che non me lo chiedeva, perché sapeva di non poterlo fare, eppure pretendeva che risolvessi il tutto, quando faceva la sostituzione. Ma come potevo? Si gioca, e si vince, in squadra. E, soprattutto, con la fiducia. Ché un assist, o un dribbling, o un goal posso pure riuscir a fare. Ma da soli, non basta, né riesce sempre.”
“di sicuro è così…
Però, sostieni che hai perso te, non la squadra.
Non ami lei, ami il pallone.
Quindi, hai voglia di giocare? Allenati di più, più duramente.
Hai bisogno di una squadra che ti sostenga e apprezzi le tue capacità? Vai via da quella in cui ti trovi ora.
Perché non è tradire, ma seguire il sogno, seguire il pallone, il tuo vero amore.”
Restò un attimo in silenzio, fissandomi silenzioso e pensieroso.
Abbassò lo sguardo, forse un attimo seccato, ma senza voler darlo a vedere.
Poi, con voce tremante aggiunse “già… in fondo è vero. Ciò non toglie che però una sconfitta così bruci davvero tanto. Ancor di più quando avresti voluto giocartela, sapendo che magari la differenza non l’avresti fatta, ma di sicuro nel cartello marcatori avresti lasciato il segno. Questo campionato avevo proprio voglia di giocarmelo. E magari anche vincerlo, o semplicemente sperare di farlo. Ora invece è andato, finito. Senza lasciar nulla. Neanche una figurina da potere appiccicare su un album, o sopra il mio letto. Troverò un’altra squadra, sicuro. Domani. E passerà tutto, lo so. Ma ora, oggi, no. Oggi scoccia e basta. E scusa se non sorrido.”
E mi lasciò lì, così, un po’ di sasso, lo ammetto.
Pensavo, in fondo, ma che cazzo te ne frega.
Però un po’ lo capivo.
Quando mi voltai, un po’ ingrigito, capii però che tanto presto, prestissimo, gli sarebbe passata.
Funziona così.
Basta sostituire gli addendi.
E non serve una laurea in matematica, è sufficiente essere umani.
Tutto passa.
Tutto è metafora.
Il resto, quello che, a volte, rimane, è solo noiosa e fastidiosa metafisica.
Dove sta l’immor(t)alità?
In un Nome.
Eternamente ripetuto,
ricordo periodicamente rievocato.
(io penso, dunque sono – io ti penso, dunque ci sei)
Recido il contatto,
gambizzo il neurone,
sopprimo la sinapsi.
A volte serve l’alcool,
spesso basta me stesso.
(io voglio, dunque posso – io posso, dunque voglio)
…
Pagine di un libro che scorrono soffiate dal vento,
lo stesso che cancella il nome sulla sabbia,
quella stessa che scorre fastidiosamente sull’altra ampolla della clessidra,
quella stessa che inesorabilmente scandisce il passare del tempo,
quello stesso che ti sfugge dalle mani quando provi a chiuderla,
esattamente come quando si cerca di abbracciare l’aria,
quella stessa di cui son colme parole sritte e pronunciate.
E via dicendo,
daccapo e senza passare dal via,
eterno ritorno.
(ma non del Nome, bensì del None)
…
[Basta non parlarne,
o non pensarci,
per ammazzare la gente.
Io ne uccido almeno 4 miliardi,
ogni giorno.
E viceversa.
Uno più o uno meno,
che differenza può fare?]
…
(e Tu, sbrigati: che l’alba solitaria inizia a pesare, da questa parte di cielo)
...

Come dire…
Un fiore, sì, eccolo lì.
Vedi, tra le distese grigie e i campi verdi?
Sì, insomma, eccolo lì, trionfante.
Come nulla fosse,
sorride al solleticar del vento.
…
Prendo un paio di pennelli,
e una manciata di colori:
oggi continuo quel mio disegno,
del colorar d’azzurro quel mio immenso cielo.
…
[Ché oramai non penso più a come sarebbe potuto
essere o divenire,
tutto,
me e/o te, insieme, e uno o l’altro.
Tu che diventasti un Angelo,
pian piano ti mutasti in (mio) Demone,
sentendo il tuo sguardo addosso,
sempre a pensare
“Tu avresti fatto meglio”
Ma ora,
ora,
accendo una candela,
la lascio consumare,
ti lascio riposare:
sicuro che,
Altrove,
sei lì che invece mi sorridi]
...

...
(Musica: Scott Stapp, "the great divide")
BellImmagine
BellAmore
(chevaivia)
BelloSole
BelloTutto
(tantodarosicareunpoperchènonmappartiene)
…
Appena sveglio,
prenderò un caffè.
(corretto)
…

...
{Nobody told me what you thought
nobody told me what to say
everyone showed you where to turn
told you when to runaway
nobody told you where to hide
nobody told you what to say
everyone showed you where to turn
showed you when to runaway
Can you take it all away
can you take it all away
well ya shoved it in my face
this pain you gave to me
This pain you gave to me
You take it all
You take it all away...
This pain you gave to me}
Il piccolo dittatore:
“stop alle telefonate.
No, non quelle ai miei programmi e ai telovoti.
5 anni per chi intercetta”
(“così mi faccio i cazzi miei, e i miei amici pure, e la metto in culo al terzo Organo dello Stato”
-che se è staccato dagli altri due, per diana, un motivo ci dovrà pur essere-)
…
Il fascista (presidente della)
e il mafioso (presidente del),
invece,
dal canto loro,
presentano la Costituzione il 2 giugno (Festa della Repubblica) in una scuola romana.
Alla domanda del prof,
su cos’Essa sia,
e in cosa consista,
i due fanno scena muta.
…
Io pensavo di averne, di umorismo.
Pensavo.
Ma c'è chi mi dà via di brutto.
...
(Musica: SR-71, "politically correct")