-il terzo occhio della (mia) Anima-
Una sequenza.
Come un rima alternata: A B A B.
Come le basi azotate del DNA: A G C T.
Perché, del resto, il caso mica esiste.
…
Tenere in braccio il primo “nipote”
e sentirlo ridere di gusto a cinque mesi
e scoppiare dal ridere da far lacrimare gli occhi
(neanche mi ricordavo più come si facesse a pianger dalla gioia: ma in realtà, m’è entrato un moscerino in un occhio, ecco)
…
Discuter con una “amica” che ti vuole
“giuro che mi manca più la musica che una donna”
“uhm”
“dubiti?”
“no, detto da te in effetti ci può sicuramente stare”
e meno male: non faccio nulla per nasconderlo
anzi
…
Sognare l’ennesimo ritorno del “Sole”
perché non c’è due senza tre
ma poi al risveglio tirar giù con me qualche santo,
perché di nuovo mi tocca affrontar la giornata senza, invece:
i sogni svaniscono all’alba, e la loro materia sarà la stessa della nostra, ma dura sicuramente meno
come volevasi dimostrare
…
Confrontarsi col “capoccia” su di una nuova composizione
“ma come ti è uscito ‘sto pezzo?”
“non lo so…”
e invece saperlo benissimo
“no, è che è proprio figo… ed è pure bello positivo: non è da te!”
solo perché quando sono felice non mi esce alcunché
se non un sorriso
…
(e, con Te, non v’era nulla di più semplice, se non forse innamorami del tuo)
Un cow-boy in mezzo agli indiani.
O qualcosa del genere.
Non fosse per deformazione professionale, probabilmente avrei passato tutto il tempo fuori da quell’angolo di Cuba a Torino.
E pensare che la serata era iniziata con un bel concerto Rock.
E mi sento un alieno.
Per me la musica è uno strumento che crea melodia, il “pum-pum” invece è solo ritmo.
E parlo da bassista.
Non denigro niente, solo non mi appartiene.
Come non mi appartenete voi due.
E in effetti inizio a sentirmi a disagio.
E penso: ho evitato “di meglio” (dove, sia chiaro, il virgolettato non implica senso di assoluto, ma un punto di vista del tutto personale, anche questo non assoluto, ma relativo a “quello che voglio” e a “quello che mi piace”, o, semplicemente, “più simile”).
Infatti, alieno in terra straniera.
Mi chiedo: “mi faranno entrar coi camperos?”
Ma che cazzo ci faccio?
Manco col bere va bene: al rhum ho sempre preferito il whiskey.
Forse era meglio fermarsi da un paninaro dopo il concerto e poi telare a dormire.
Ché io non sono Costner, e voi due non siete due indiane.
Io sono un animale da palco, voi due col latinoamericano nel sangue.
E più ci penso e più non trovo il trait d’union.
Tutto ciò mi sa di macello.
Inteso non metaforicamente.
Pezzi di carne intrisi di ormoni che si fan gola a vicenda.
Preferisco cacciare.
“Visto come muove il bacino?”
“Come non avessi mai visto una donna muover il bacino”
“Sì, ma hai visto?”
“Rettifico: come non avessi mai visto una bella donna muovere il bacino”
Come dire: oh, ognuno è libero di fare ciò che vuole, ma non ho bisogno di appoggiarlo alle natiche di nessuno, per far capire le mie intenzioni.
E odio non poter parlare.
Se non mi si accende mentalmente, prima, a voglia a fare pure la lap-dance.
E allora ‘fanculo, la prossima volta starò a casa a strimpellare e a creare, invece che non darvelo, che poi uno sembra pure che se la tira, ecco, e invece mi viene naturale da far quasi paura, da non sembrarmi manco più me.
No, è che in realtà sempre cercato altro, invece.
(e ora mi sparo ‘sto pezzo, sì, che porca miseria pompa come pochi, così da pulirmi le orecchie: Dio salvi gli Zeppelin, ma anche i Pearl Jam)
Poggiare la testa al finestrino, freddo, scorgere con la coda dell’occhio le gocce che rigano il vetro.
L’alba è già qui, e porta via al suo apparire tutto il nero e l’aria di tempesta.
Torno a casa alle cinque passate.
Torno brillo.
Torna l’anno scorso.
Torni te.
Torna il sorriso.
Torna me stesso.
Quando si parla di coccole, un kebab non basta.
Dio salvi i Pearl Jam, quindi, che impazzano nel mio lettore.
E che trovano sempre parole e musica migliori delle mie.
Istanti.
Istinti.
Estinti.
Quanti.
L’alba è già qui, e porta via al suo apparire tutto il vero e le campane a festa.
...
[che da ombra, poi, brillo di luce propria]
Col vento negli attimi
Dei sorrisi sui battiti
Dimmi, come stavi?
Dammi, sogni amari
C’era il mondo tra(nne) noi
Gocce d’incanto
A (ris)coprirne gli ardori
E schegge, soltanto,
a (af)fiorirne i dolori.
...

Dov’è?
Chiedo, mentre la notte mi avanza dentro
Allungo gli occhi sbarrati ovunque, negli angoli di buio e nei crepuscoli ghiacciati
*dove sei?*
Arrancar di dita nell’aere immobile, illudersi vorrebber di stringer anco sol il suo profumo
Di grano appena soleggiato e di mare tra capelli mentre si sorride ancor e ancor
*dove sei?*
Picchiar nel petto, forte ed assordante, fin in gola, a far esploderla in secca
Piena di voluttà l’ombra si forma e si frappone all’oggetto del desiderio
*dove sei?*
Finalmente stringer, nel palmo, il suo collo, con inaudito ardore
Mentre l’altro braccio cinge piano le curve
E sfregare, tanto da formar bolle sui polpastrelli
Per poi esploder a tradimento
E le sue corde si fan dapprima porpuree
Per poi divenir le mie stesse vene
Mentre lei grida di piacere
Ed è luce che entra in circolo
Melodico giro
Mentre le mani sembran aver dentro quella mus(ic)a
Che finalmente possono sfogare
Peccato solo non poter
Suonare tutto il dì
Per colmar così quel vuoto
Che solo un’eclissi può lasciare
...

Spesso le folgorazioni si hanno proprio al termine del tempo in-utile.
Sarà la pioggia e l’odore della strada bagnata.
Sarà il vento tra i capelli, più corti, decisamente, e rigorosamente sempre sciolti, ormai.
Sarà il fresco che mi accarezza il petto entrando dalle fessure della camicia.
Sarà questa canzone, o un amico che capita sempre al momento giusto, o forse solo due dita di buon whiskey.
Sarà che di tutte le cornici di foto mai scattate, ne ho piene le scatole: e altro non rimane che farne un bel falò alla luna, di tutto quel legno rinsecchito e avvizzito, vecchio e obsoleto.
Fatto sta che
*RESPIRO*
a pieni polmoni,
e non mi vado stretto neanche un po’.
Guarito, direbbe qualcuno.
Sereno, “semplicemente”, opto io.
Perché non posso esser altrimenti, e alcuno può distogliermi dall’esser(lo).
Neanche Dio o chi per lui.
Se non solo me stesso.
Com’è quella parola, già?
*LIBERO*
E ogni sua lettera nello scandirla ha un buon sapore.
Caldo, forte, fiero, giusto e dolce.
Come quello del (mio) sangue, come quello delle (mie) lacrime.
Che ribolliscono.
Ma non si versano mai.
Né singhiozzi né ferite, quindi
-non son capace degli uni come delle altre-
ma solo un sorriso.
[mai amaro/o amar mai]
-e me ne stavo per dimenticare
dannate distrazioni-
Suona un campanello d’allarme.
Signori, siam dinnanzi un conflitto d’interessi.
Un cinico che parla di emozioni.
Tutto è opera di fantasia, e lo si confonde con la di lui propria “arte”, a volte si confonde anche lui.
E se per primo, in buona fede, egli stesso cede al proprio inganno, considerarlo altri non si può che innocente, invero.
L’illusione è il suo regno, ma non vi comanda: ne è avvolto proprio come dal buio l’ombra.
Divelto, parrebbe, tra raziocinio e piacere.
Dove sta l’inghippo? Nel peso delle parole.
Cos’è l’Arte? Emozione.
Cos’è l’Emozione? Una sfumatura.
Ebbene, vede solo tutto o bianco o nero.
Tragicomico: tutto il suo essere si basa sul metodo scientifico.
La sfumatura non è concessa, quindi: altro non è che un falso compromesso, inaccettabile dalla scienza, che per definizione è esatta, vera, certa. Il dubbio lo si lascia alla filosofia, inutile anche se talora affascinante passatempo.
Egli non è ipocrita: è falso per natura.
Un mimo, e si muove secondo volere: esattamente nel modo in cui gli viene richiesto, esso rappresenta.
Amante perfetto, amato inconsistente: un giocattolo a carica, senza mezze misure, acceso o spento.
Non gli si può chiedere nulla, perché nulla cerca.
Trasmigra di letto in letto come Venere di corpo in corpo.
Eppur prova una sorta d’invidia, “buona”, di tanto in tanto, verso chi sa rimanere e gli viene chiesto e concesso: perché forse in tal modo non si passerà alla storia del mondo, ma di sicuro si resterà nella storia di altrui che lo ritiene grande uguale. E anche solo per quella persona, si rimarrà per sempre immortali.
Bhé, che avete da guardare?
Ebbene, lasciatelo solo, in compagnia del suo vino, che oggi abbiam testé imparato una dura lezione: uscirne è una cosa, riprendersi ben altra.
E che proprio egli sia sovente stato per alcuni l’anello mancante tra l’una azione e l’altra, lasciatemelo dire, lo trovo esilarante.
Via, ora!
Uscendo, di grazia, spegnete le luci e tiratevi dietro, chiudendolo, il sipario.
...

Accadono episodi a volte che pur se piccolissimi mettono in moto vari meccanismi, delle vere e proprie folgorazioni.
Una cellula che forma un organo complesso, una leva che solleva un mondo, una scintilla che sviluppa un incendio, una goccia che consuma la roccia.
Un battito di ciglia in una giornata.
Che non è straordinario per il gesto in sé, quanto in quello del momento al culmine, catartico.
E non è destino, ma semplice natura delle cose.
“Sei sempre uguale”, gli vien detto.
Da chi non vede e sente da dieci anni.
Da chi non lo ha mai conosciuto allora, figurarsi adesso.
Gli mise addosso una strana sensazione, non proprio piacevole.
E non perché quelle parole le aveva riferite quella persona in particolare: ormai eran ancor più estranei di tempo addietro.
Non sentiva né caldo né freddo, ora.
Neanche ascoltava.
Ma quelle parole…
Sempre uguale che, e a cosa?
“Sempre uguale un cazzo”, borbottò, allontanandosi, dopo averla salutata con un muto occhiolino e un mezzo sorriso: quello sinistro.
La pioggia di lì a breve iniziò a coprirgli i passi.
Quelli che non aveva mai smesso di compiere.
Di certo, ho solo il trascorrere degli attimi
e il movimento, del tempo, non può che allontanarli.
…
L’eterno ritorno è proprio di quell’ultimo
non degli istanti che racchiude.
…
Il ricordo pian piano svanisce, come fumo
e anche ammesso un segno rimanga, come cicatrice,
vero è anche che gli anni passano e il fisico e l’anima che mutano decisamente la modifica
e lentamente porta via con essa
le mura e tutto il resto in cui l’immagine riposava.
…
Rimarrebbe allora qualche trancio di parete, una cornice:
ma cosa c’era dentro? Com’era fatto? Che successe? Cosa fu?
Non son neanche sicuro di non confonder quella stanza con un’altra.
Non provo più alcunché, varcando quella soglia:
divengo l’errare straniero nella mia mente.
…
Quel rudere non mi appartiene,
rovina!
Domani, terremoto.
Il ricordo è come un morto:
prima, groppone in gola e lacrime agli occhi e fiato corto,
poi, inizia a puzzare,
infine, diviene concime.
Comunque sia: sempre troppo scomodo.
…
Finché non ne rimane traccia alcuna.
(e ci vuole sempre troppo poco)
…
[eppure… eppure:
sentir ancora vorrei
il profumo dei tuoi raggi
per innamorarmi ancora
-di Te-
che lo fai diventare ogni volta così facile]
…
-Dipana l’oscurità
dividendola dall’aere
con lenti gesti delle mani
…
Con ferrea volontà
incendia l’immagine luminosa impressa
non appena si affaccia (d)alla sua prigione
…
Diviene simbolo sé stesso
di tutto ciò che fu
e che ancora (s)fugge
e regge
i bianchi e serici fil dell’Anima
viva ed eclettica
come un burattino convulsivo-
...
